Un coro contro la solitudine



Non è ancora primavera eppure sembra che sia quasi arrivata l’estate.
Qui in Italia e in particolare in Sicilia funziona così: la primavera è ormai stata completamente bandita e tolta dalla circolazione in favore di un’estate rovente, che inizia a fine Marzo per protrarsi poi fino a metà Settembre.
Che sia ormai giunta la nuova stagione lo si avverte dai colori, sempre più intensi e brillanti dei fiori e delle foglie, dall’odore che sale dalla terra e che invade le narici di chiunque passi accanto ad un’aiuola o a delle piante in fiore. Ogni mattina, ormai, ho un cielo azzurro ed un mare che scintilla sotto i raggi del sole ad attendermi al risveglio.
Di norma, a questo punto dell’anno, tutti i ragazzi della mia età troverebbero il tempo, tra lezioni a scuola o all’università, per evadere dai propri obblighi quotidiani e assaporare quest’aria fantastica carica di elettricità e di energia: andando in campagna nei fine settimana, passando del tempo con gli amici tra festini e discoteche o andando a fare una passeggiata in spiaggia.
Al momento però tutte queste attività ci sono precluse. La quarantena imposta dal decreto vieta a
chiunque di uscire se non per motivi lavorativi o per necessità impellenti. Negozi piccoli e grandi hanno abbassato le saracinesche; bar e ristoranti restano aperti, ma solo fino alle 18; supermercati e farmacie sono gli unici, insieme ad alcuni uffici a rimanere aperti al pubblico.
Sono passati solo quattro giorni dall’inizio di questa reclusione casalinga e già la noia dilaga. Nemmeno Netflix sembra capace di risollevarmi l’animo. Nessuna attività che si possa svolgere a casa sembra interessante o importante quanto tutte quelle a cui potrei dedicarmi se solo avessi la possibilità di spostarmi liberamente.
Mi mancano terribilmente le mie passeggiate al parco o giù, fino al lungomare, per poter sentire il suono del mio mare e annusarne di nuovo l’aroma salmastro che si fonde con quello della mia città. Mi manca tutto questo…mi manca potermi recare in centro per andare a cercare un libro o semplicemente fare una passeggiata in compagnia. Mi mancano le risate delle mie amiche e delle mie coinquiline e mi dispiace poterle apprezzare solo attraverso uno schermo, come se a dividerci fossero distanze siderali e non solo qualche chilometro.
Mi sembra anche surreale uscire per fare due passi con il mio cane e trovare la città completamente
deserta. Nessuno osa avventurarsi per strada ed i rari passanti, che incrocio di tanto in tanto, indossano tutti guanti in lattice e mascherina. Tutti ti guardano con sospetto e con una specie di malcelato disgusto, quasi come se il virus fosse una specie di mostro attaccato alla tua testa e pronto a divorarli se solo provano a fare un altro passo nella tua direzione. Secondo il decreto la distanza minima tra individuo e individuo dovrebbe essere di almeno un metro, nei luoghi all’aperto e a maggior ragione negli spazi chiusi: qui la gente per non sbagliare cambia strada e marciapiede se ti vede camminargli incontro.
Sembra davvero di essere tornati ai tempi narrati da Manzoni ne “ I Promessi Sposi”: quando la peste, ormai giunta a Milano, precipita tutta la città nel caos e nel sospetto. Ecco direi che siamo tornati più o meno a quei tempi: solo che adesso, per denunciare vicini e parenti che si presume siano infetti, sono stati messi a disposizione dei cittadini un numero verde regionale ed uno d’emergenza. Pensate un po’ che fortuna. Ogni persona che, a causa di allergie stagionali, si ritrova a starnutire per strada o al supermercato, viene additato come nemmeno le streghe ai tempi del tribunale della santa inquisizione e segnato a dito come untore.
Eppure…nonostante questo scenario apocalittico, perfino qui e perfino adesso è possibile cogliere alcuni momenti di innegabile bellezza. Non saprei definire altrimenti il coro che ha accompagnato la mia passeggiata e quella di Sheru (il cane) oggi pomeriggio.
Era da un po’ che camminavamo per le strade del nostro quartiere e avevamo già preso la strada di casa quando qualcuno, non so chi, ha fatto partire della musica a tutto volume. All’inizio la musica proveniente dallo stereo di questo anonimo non ha fatto altro che accentuare il senso di vuoto e desolazione che avevo attorno. Nessuna auto passava per la strada, nessun pedone occupava i marciapiedi della via, i portoni dei condomini erano tutti chiusi.
Poi pian piano hanno cominciato a far capolino gli inquilini delle diverse palazzine. I primi a correre fuori sui balconi e ad affacciarsi curiosi sono stati naturalmente i bambini ed i ragazzi. Poi anche genitori e persone più grandi hanno cominciato a mostrarsi. Tutti, richiamati dalla musica, ascoltavano rapiti le note di una canzone nota a qualunque italiano: “Azzurro” di Celentano.
Sembrava davvero che il tempo si fosse fermato. Nessuno, nemmeno il cane, osava muovere un muscolo, tutto preso dalla melodia. Poi a un certo punto una donna ha iniziato a cantare a voce alta il testo, subito seguita dalla figlia ancora piccola e poi da tanti e tanti altri. Un intero coro fatto di voci bianche e voci di anziani, voci di donne e voci di uomini. Non tutti intonati, non tutti perfettamente udibili, ma tutti lì, tutti insieme. Un modo come un altro per sentirsi vicini e per avere qualcosa di cui ridere con i vicini, un modo come un altro per non sentirsi troppo soli e per trasmettere un po’ di allegria e di felicità. Un modo come un altro per riempire la strada e il quartiere, svuotati e atoni da troppi giorni.

Ed è con questo sottofondo che io e Sheru percorriamo la strada che ci separa dal portone di casa. Viene da cantare anche a me e non posso fare a meno di pensare che forse, se la situazione non fosse quella che è, nessuno si sarebbe mai sognato di mettere su quella canzone a volume così alto e di rendere partecipi anche tutti gli altri. Probabilmente per decoro, per non disturbare tutti gli altri inquilini, probabilmente per pudore. E invece è successo. Ed è bellissimo esattamente così, esattamente per quello che è.
Salgo a casa ed esco in balcone per respirare ancora un po’ d’aria primaverile. Mi accendo una sigaretta e in quel momento inizia l’inno di Mameli. Mi viene da ridere mentre penso a questo improvviso slancio patriottico che sembra riunire ed accomunare il vicinato. Finita la sigaretta rientro in casa e chiudo la portafinestra. Sento ancora le risate, che però ora mi giungono attutite a causa del vetro. Non posso fare a meno di sperare di sentire presto altre canzoni cantate così. Con questo stesso entusiasmo. Anche se stonate, anche se con qualche parola storpiata, in breve, anche se imperfette.



Elisa Scalia

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